
Il Santuario di Montevergine sorge sulla catena del Partenio a 1270 metri sul livello del mare. Il fondatore è San Guglielmo, nato a Vercelli intorno al 1085; prima di giungere alla falde del Partenio, partì da Vercelli agli inizi del XII secolo con l’intento di recarsi in Terra Santa percorrendo tutta l’Italia e imbarcarsi a Brindisi. Ma, proprio nei pressi di Brindisi, San Guglielmo venne assalito da alcuni briganti che lo malmenarono crudelmente per derubarlo. Tale disavventura fu vista dal Santo come un segno di Dio, che gli impediva di proseguire verso la Terra Santa per farlo restare in Italia. Allora transitò per l’Irpinia fino a raggiungere, intorno al 1114-1118, le falde del Monte detto Vergine in quanto luogo incontaminato e decise di fermarsi in eremitaggio. Ben presto divenne necessaria la costruzione di un monastero con celle e ambienti comuni, oltre ad uno spazio per i pellegrini e l’edificazione di una chiesa.
Si narra che San Guglielmo, durante uno dei suoi momenti di preghiera, abbia avuto la visione del Salvatore che gli impose di costruire su quel monte una chiesa da dedicare alla Vergine.
Durante l’edificazione si verificarono due episodi: il primo, che connota l’apparato iconografico del Santo, narra di un lupo che dopo aver sbranato l’asinello di San Guglielmo viene ammansito dal Santo che gli pone indosso il basto; il secondo, legato all’intercessione di San Guglielmo che guarisce un certo Gualtiero, che aveva perso l’uso del braccio durante i lavori di edificazione della città normanna di Aversa.
La consacrazione ufficiale della prima chiesa avvenne nel 1126, ad opera del vescovo di Avellino Giovanni. La prima chiesa non doveva essere particolarmente grande, doveva servire più che altro a soddisfare le esigenze di culto della novella comunità monastica; si presentava a navata unica, semplice e priva di decorazioni che rispecchiava lo stile di vita del fondatore.
Dopo circa mezzo secolo, la chiesa non soddisfa più le esigenze della comunità di monaci, che cresceva sempre di più così come il numero di pellegrini. L’abate Giovanni da Marcone (1172-1201) provvide all’ampliamento, sopraelevando le strutture preesistenti e utilizzando nuovi spazi. La benedizione del nuovo complesso architettonico avvenne l’11 novembre 1182 e rimase invariata fino al 1629, anno in cui la costruzione crollò.

La basilica successiva (Basilica Antica) è opera dell’architetto Gian Giacomo di Conforto e venne eretta tra il 1630 e il 1645, incaricato dall’abate Giordano. Era a tre navate, priva di transetto, ma oggi è visibile solo la navata centrale perché parte della navata di destra è stata occupata dalla cappella gentilizia voluta da Filippo d’Angiò negli ultimi decenni del XII secolo, che prese il nome di Cappella della Madonna; la navata sinistra, invece, è stata inserita nella progettazione e realizzazione della Basilica nuova. L’altare maggiore presenta un pregiatissimo paliotto e in alto abbiamo tre sculture: la Madonna al centro, sulla sinistra San Benedetto con il corvo e sulla destra San Guglielmo col lupo.
Alle spalle dell’altare vi è il coro, interamente di legno di noce, terminato nel 1573 da valenti artisti napoletani che conserva il busto di San Gennaro, poiché le reliquie del Santo sono state custodite presso il santuario per ben quattro secoli.

Per quanto riguarda la Cappella della Madonna, è definita tale poiché sull’altare troviamo la raffigurazione della Vergine attribuita a Montano d’Arezzo, pittore della corte angioina, e datata sul finire del XIII secolo; la Madonna è raffigurata seduta in trono, tra le sue braccia tiene amorevolmente Gesù Bambino. Lo schema iconografico si inserisce nella tradizione delle Madonne bizantine, al centro vi è la Madre di Dio con il Bambino seduto sulla gamba sinistra, ella siede su un trono regale ed è circondata da angeli. Due di questi, collocati nella parte superiore, sono nell’atto di menare il turibolo, mentre ai piedi del trono si affacciano gli altri sei e tra di essi spicca, con le ali spiegate e la corona sul capo, San Michele Arcangelo con in mano il globo crucigero e la bacchetta degli ostiari. La figura della Madonna risalta imponente e rimanda alla caratteristica resa iconografica della Panaghìa Odigitria (Colei che indica la via) con la mano destra rivolta vero il bambino. Quest’ultimo si aggrappa teneramente al manto della Madre. La tavola, di notevoli dimensioni, è formata da tre parti che risultano ben visibili ad occhio nudo: il clipeo su cui è dipinto il volto della Vergine e i due tavoloni che formano il resto dell’opera, tenuti insieme da un listello centrale. Sicuramente l’elemento più toccante e interessante della rappresentazione è il volto della Vergine, soprattutto per l’intensità e la profondità dei suoi occhi. Uno sguardo che è attento e ascolta le invocazioni e le richieste di grazia dei fedeli e, allo stesso tempo, sembra scrutare il devoto che si rivolge a Lei.
La Madonna viene venerata, anche, con il nome di Mamma Schiavona; tale nome ha una spiegazione storica ed è legata alla committenza angioina, poiché la mamma di Filippo d’Angiò proveniva da una regione dell’Albania chiamata proprio “Schiavonia”.

La basilica nuova, in stile romanico, è opera dell’architetto Florestano Di Fausto e la sua realizzazione è iniziata nel 1948 ma è stata aperta al culto solo nel 1961. Presenta una pianta suddivisa in tre navate, con soffitto in cassettoni e cornice in oro zecchino. In fondo alla navata centrale vi è l’altare con il sarcofago che custodisce le spoglie di San Guglielmo; sulla parete, al centro, vi è l’opera “La Pentecoste”di Piero Casentini e a fare da sfondo vi è il monumentale trono dove dal 1961 al 2010 è stata alloggiata la taumaturgica immagine della Madonna. Il trono si compone di marmi pregiati policromi, di statue e bassorilievi di bronzo, tra cui spiccano San Benedetto e San Guglielmo; a fare da sfondo vi è un grandissimo mosaico, realizzato nel 1980, con simboli cristologici e mariani.
L'urna contenente il corpo di San Guglielmo è custodita al di sotto dell'altare.
Giungendo nella basilica è possibile notare la copia della Sacra Sindone donata dall’arcivescovo di Torino in ricordo della presenza del Sacro Lino al Santuario di Montevergine durante la seconda guerra mondiale. Nel settembre del 1939, in seguito alla dichiarazione di guerra da parte della Francia e Gran Bretagna alla Germania nazista, su volere dei Savoia la Sindone fu portata a Montevergine e custodita all’interno di un altare di legno posto nella cappella privata dei monaci (oggi situato nella sacrestia). Rimase nascosta qui, al riparo dalle razzie dei nazisti, fino ad ottobre del 1946.
Caricamento mappa...